
In questa quarta parte dei 5 grandi pilastri della buona scrittura torno a martellarti sull’importanza di organizzare la tua storia all’interno di un arco narrativo.
Cominciamo da una frase che è bene imparare a memoria e avere sempre presente: “Ogni buona storia ha un arco narrativo, ma non tutti gli archi narrativi formano una buona storia”. Soffermiamoci sulla prima metà perché, se sei uno scrittore e non hai mai tenuto in mano una guida di narratologia, potresti comunque avere scritto una storia con un solidissimo arco, e senza rendertene conto.
Questo perché gli archi narrativi altro non sono che una semplificazione ordinata di come funziona la vita. Tutti i giorni incontriamo degli ostacoli che ci costringono a mettere in dubbio le nostre capacità, e per superarli siamo chiamati a fare dei cambiamenti nel nostro modo di essere; ma prima di farlo, cercheremo di impiegare le risorse che abbiamo dentro, salvo fallire miseramente nel tentativo di rimanere nella nostra comfort zone, fino a quando, tentativo dopo tentativo, non evolviamo abbastanza da riuscire nell’impresa, oppure arrenderci.
Ne consegue che raccontare una storia prendendo ispirazione dalle dinamiche della vita, impartendo quindi un insegnamento al lettore sotto forma di superamento della sfida, o come monito per una cattiva condotta, equivale di fatto a rispettare un arco narrativo. Questo è anche il motivo del perché non esiste un unico modo di intendere l’arco e il perché vari formatori ed esperti di narrativa propongono diversi modi di suddividere l’arco. Ognuno di essi, pur distinto nelle sue fasi (gli ATTI) e nelle terminologie utilizzate, porta allo stesso risultato, spetta quindi al Pirata Scrittore decidere a quale avvalersi per organizzare il proprio lavoro.
Ma perché ho detto che non tutti gli archi formano una buona storia? Perché come ogni cosa l’arco ha la sua ragion d’essere se vengono rispettati dei parametri, e se da una parte è facile analizzare una buona storia, ben altra faccenda è avere in testa una storia debole e cercare di forzarla dentro a una struttura in atti. Si dimenticano in segmenti che compongono i singoli atti, o se ne confonde uno con un altro; si corre troppo quando bisognerebbe rallentare, o si tergiversa intorno a una situazione quando la storia ha bisogno di avanzare. L’arco narrativo non è un insieme di regole arbitrarie che vanno applicate alla cieca, ma una forma mentis che deve servirti a progettare la storia nel modo migliore possibile.
Come acquisire tale consapevolezza? Il mio consiglio è sempre di partire dai manuali (quelli di Dara Marks e di Christopher Vogler su tutti) e in seguito esercitarsi analizzando film, fumetti e romanzi. Su Youtube Italia si trovano diversi esperti di narrativa che pubblicano video di analisi e la fruizione dei loro contenuti può darti una mano a capire il processo. In seguito, devi iniziare a progettare la tua storia avendo bene in mente l’onda evolutiva che deve avere. Ricorda anche che puoi concederti una certa flessibilità nella durata dei singoli atti, ma evita che ce ne sia uno troppo lungo a discapito di un altro troppo corto.
Il pilastro dell’ARCO è indispensabile per strutturare una trama e per conferire alla storia il giusto equilibrio. La storia può essere originale quanto vuoi, con personaggi in stato di grazia e conflitti da apnea, ma se non si sviluppa nelle giuste tempistiche o, peggio ancora, se non va a parare da nessuna parte, lasciando infine il lettore con un senso di incompiuto, il rischio è che questi finisca addirittura per sentirsi preso in giro, e si porterà appresso quello sgradevole ricordo anche molto tempo dopo aver riposto il libro sullo scaffale. Ne parlerà male e, realisticamente, non si fiderà più di leggere altri romanzi che porteranno la tua firma.
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