
Zorya, nativa del pianeta Gwalthur e abile guerriera, rifiuta di cedere alle pressioni della sua gente, che la vorrebbe in sposa al nuovo Capovillaggio. In fuga dalle sue tradizioni, si convince di avere scatenato l’ira del suo Dio quando dal cielo si schianta un’astronave con a bordo Ben Sawyer, un soldato al soldo della più potente Compagnia della galassia e ora in cerca di una via di fuga da un pianeta che lo vuole morto a ogni costo. Il loro incontro sarà tumultuoso e le convinzioni di entrambi saranno messe a dura prova quando Zorya scoprirà che dietro la sua fede c’è una verità inimmaginabile; e Ben che per tutti gli anni di servizio è stato tenuto sotto controllo da un chip neuronale. Ostacolati dallo stesso “Dio” del pianeta e assistiti da un’inflessibile intelligenza artificiale che si è inserita nel braccio bionico di Ben, i due intraprenderanno un viaggio di sopravvivenza e di scoperta reciproca che cambierà per sempre il futuro di Gwalthur.

Guardare la copertina di questo libro e leggerne la sinossi ci porta immediatamente a un’epoca in cui il confine tra la fantascienza e il romanzo di pura fantasia erano separati da una linea sottilissima, che ci catapultava in mondi esotici ricchi di fascino ed estetica, ma che nulla o quasi avevano a che vedere con le scoperte più recenti in ambito di scienze aerospaziali. Sto parlando del Planetary Romance, un genere ormai quasi scomparso dalla narrativa moderna e che ha, come esponente più famoso, il ciclo dei romanzi di John Carter. È stato proprio questo ad aver attirato la mia attenzione la prima volta, perché escludendo l’adattamento cinematografico omonimo (John Carter, appunto) e la più recente saga di Avatar di James Cameron, non è che mi possa definire il massimo esperto di questo sottogenere. Ulteriore dettaglio che mi ha convinto a dargli una chance è la penna di Mala Spina, che alcuni di voi forse già conosceranno per la pagina Altroevo, e che avevo già avuto modo di scoprire con dei racconti brevi, che però non ho mai portato nel blog.
Il promotore di questa coraggiosa proposta è Plesio Editore, che io vi ho fatto conoscere grazie alla mia recensione dell’ottimo Questo non è un romanzo fantasy e che malgrado non abbia la risonanza di Acheron Books, o la visione editoriale di Moscabianca Edizioni, continua imperterrito nella sua opera di pubblicazione di romanzi come questi, che meritano senz’altro di essere scoperti.
Prima di parlarvi del libro, però, una precisazione ve la devo fare. Perché sebbene non mi riesca di sganciarvi “a braccio” una lista di titoli appartenenti a questo genere, questo non toglie che abbia letto a sufficienza nella mia vita da riuscire a prevedere certi cliché che emergono spontanei da questi concept. Ve lo evidenzio, perché uno dei problemi che hanno inciso maggiormente durante la lettura è stata proprio la prevedibilità della storia. Avete presente l’incipit “Donna selvaggia incontra uomo proveniente dalla civiltà”? Ecco, se a leggere questo vi siete immaginati il possibile andamento della trama, probabilmente ci avete azzeccato. È una scelta che sicuramente ci colloca in una zona di comfort che non deluderà i lettori che si aspettano proprio questo sviluppo, ma che, ammettiamolo, nella nostra epoca avrebbe bisogno di aggiornarsi.
Non che sia tutto da stroncare, perché nel mezzo della comfort zone ci sono anche spunti interessanti. Per esempio, l’autrice si è presa in carico di dare una spiegazione sul worldbuiding che, con un po’ di sospensione dell’incredulità, giustifica senza problemi l’esistenza di Gwalthur e della vita che lo abita. È una risposta che, senza farvi spoiler, si lega direttamente al viaggio dei nostri protagonisti, risultando determinante per la loro crescita. Dirò una cosa che ho già ripetuto in passato, ma è proprio così che si dovrebbero gestire i secondary world e più in generale gli elementi fantastici: non un orpello estetico, ma qualcosa che agisca direttamente sulla trama.
Avendo due protagonisti, abbiamo anche due diversi Punti di Vista in Terza Persona, che a turno ci mostrano la percezione di Zorya e di come si rapporta alle stranezze tecnologiche di Ben, e di quest’ultimo che impara conflitto dopo conflitto ad adattarsi alle pericolosità di questo mondo. Da lettori, possiamo quindi immedesimarci nelle lacune di queste due figure con un’esposizione globale che chiarisce tutti i nostri dubbi laddove un personaggio sa già tutto quello che deve sapere e l’altro, invece, scopre insieme a noi. Ad aiutare ulteriormente nell’esposizione del worldbuilding ci pensa anche l’intervento del Narratore Onnisciente, che si dilunga in alcune spiegazioni di troppo, e che invece io avrei preferito scoprire attraverso il filtro dei personaggi. Qui non parliamo di un Narratore troppo invadente, ma abituati come siamo a certi standard, è un aspetto da non sottovalutare nel giudizio globale.
Per tutta questa serie di problemi, devo confessarvi che ho dovuto stringere un po’ i denti per arrivare alla fine. Non perché lo stile non sia scorrevole, o perché la trama non abbia un buon ritmo (entrambi aspetti che mi sento di promuovere senza problemi), ma perché la prevedibilità della trama, la mancanza di colpi di scena d’impatto e l’intrusione del Narratore che mi sbalzavano fuori dalla scena, hanno reso la lettura meno appagante di quanto avrebbe meritato.
In realtà Sotto i Soli di Gwalthur è un buon libro, che piacerà agli amanti del genere, divertirà chi è in cerca di un romanzo leggero, e magari fare anche scoprire un sottogenere a chi è abituato ai secondary world fantasy e non ha mai sentito parlare del Planetary Romance. Ed è anche un omaggio a un filone narrativo ormai dimenticato che ha tanto fascino e che sarebbe bello veder tornare alla ribalta.
LINK AL LIBRO: Sotto i Soli di Gwalthur
IDEE: Una trama abbastanza derivativa da altre opere affini, che però nasconde anche qualche piacevole scoperta. Ma non abbastanza da riempire di meraviglia gli occhi dei lettori più navigati.

STILE: Pulito, scorrevole il giusto (anche se nell’edizione che ho letto ho individuato qualche typo fuggiasco), ma con occasionali invasioni da parte del Narratore Onnisciente che ci tiene a spiegarci cose che avremmo potuto scoprire tramite il filtro dei personaggi. Tuttavia, non è così molesto da guastare la lettura.

INTRECCIO: L’alternanza dei Punti di Vista tra un capitolo e l’altro ci consente di scoprire scena dopo scena l’evoluzione dei due protagonisti e la trama, nel suo essere derivativa, è in grado di catturare l’interesse del lettore. Siamo portati fino alla fine a tifare per entrambi e ad augurarci che il loro viaggio si concluda nel migliore dei modi.

VOTO PERSONALE: Raramente mi è capitato di dare l’ok parziale alla recensione di un libro in questo blog, ma mi rendo conto di essere un lettore forte e molto esigente, e non me la sento di bocciare un libro solo perché sono viziato. Non dubito che tante altre persone finirebbero per amarlo e a non trovarsi d’accordo con la mia opinione. Quindi, dategli una chance. Se la merita.


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