
L’umanità ha affrontato un’apocalisse zombie e ne è uscita vincitrice, rifugiandosi in grandi città-fortezze in cui le persone sono riuscite a risanare uno stile di vita simile a quello ante-catastrofe. In una di queste città, all’interno di uno zoo, vive Zack; un ragazzo zombie che è anche l’attrazione di punta. Non fosse che Zack non è uno zombie come gli altri: alimentato da sitcom e dalle attenzioni di un custode che lo ha preso in simpatia, è diventato pacifico e ha riacquisito un raziocinio simile a quando era ancora umano, tanto da venir notato da un presentatore TV che decide di “comprarlo” per farlo partecipare alla sua trasmissione. Questo è solo l’inizio della nuova vita di Zack, che presto diventerà una celebrità amata da tutti e che attirerà l’attenzione di un importantissimo produttore televisivo che consacrerà definitivamente la sua immagine. Quello che per Zack sembra un sogno che si avvera, essere notato da tutti, lo porterà presto a scoprire il lato oscuro dello show business, tra finti fidanzamenti, l’ipocrisia dei collaboratori e i media che osservano ogni suo mossa in attesa di un passo falso. Presto imparerà che cosa significa vivere in una gabbia dorata, e mentre cercherà di mantenere intatta la sua immagine pubblica, un interrogativo comincerà a farsi strada nel suo cervello non-morto: è davvero questo quello che vuole essere?

Ho deciso che per questa recensione assumerò un atteggiamento caustico e brutalmente sincero: le storie di Zombie mi hanno stufato! Da quel lontano 2002 in cui usciva l’adattamento cinematografico di Resident Evil, nonché la pellicola che mi ha fatto scoprire per la prima volta la figura dello zombie come mostro generato da un’infezione, di storie con protagonisti i famelici non-morti metafora del consumismo (e di tante altre nel corso degli anni) ne sono uscite a centinaia, se non addirittura di più. Li abbiamo visti correre come dei pazzi, mutare in bestie ipertrofiche, riacquistare addirittura un rudimentale intelletto che li rende ancora più pericolosi (guardatevi Army of The Dead, o meglio ancora La Terra dei Morti Viventi del compianto Romero). Li abbiamo visti in piccole location nei film a basso budget e perfino conquistare il mondo nelle megaproduzioni holliwoodiane. E sul fronte della narrativa, beh, non è necessario che mi ripeta, visto e considerato che anche qui vi ho portato alcuni ottimi esempi di romanzi italiani che usavano come setting proprio quello dell’apocalisse zombie (se siete curiosi recuperatevi quindi Zombie Friendly, Sopravvissuti e I Vivi, i Morti… e gli Altri).
Insomma, per stringere sul discorso, sono diventato molto insofferente verso questa sottocategoria dell’Horror, e quando vengo a sapere che una storia ha come base proprio loro, perdo subito interesse a meno che… non ci siano idee brillanti nascoste sotto l’impianto del “già visto”.
Ora, l’autrice del libro di oggi, Stefania Toniolo, è una mia cara amica. E quando sono venuto a scoprire che si è piazzata al primo posto all’Amazon Storyteller 2024 (il contest più importante per scrittori self sulla piattaforma di e-commerce) con il suo libro D’ESORDIO (!!!), da una parte ho rosicato come tutti noi altri scrittori in erba che si fanno un mazzo per emergere, dall’altro ho capito che questo ennesimo libro di zombie si sarebbe aggiunto all’archivio delle mie recensioni.
Iniziamo intanto a svelare il segreto di Pulcinella, Non è una storia di Zombie è effettivamente una storia di zombie. Quello che è diverso è l’approccio scelto dall’autrice: non una storia seguita dagli occhi dell’ennesimo sopravvissuto, ma direttamente dalla soggettiva di uno zombie. E già questo è un elemento di interesse (anche se non certo innovativo, vedete per esempio Warm Bodies, libro e film), ma a rendere il tutto vincente è proprio la caratterizzazione del protagonista: Zack è adorabile, un’adorabile canaglia narcisista che si trova invischiata in un mondo che fagocita e trasforma in bestie senza cervello qualsiasi disgraziato abbia la malsana idea di avvicinarvisi senza le dovute precauzioni: quello dello show business, e attraverso i suoi occhi abbiamo modo di seguire quello che è a tutti gli effetti il percorso e il decorso della vita di una star nell’era di internet e dei meme. Da questo punto di vista il lavoro di Stefania è stato magistrale nel presentarci tutte le situazioni e gli inconvenienti in cui si trovano invischiati Influencer, Youtuber e artisti vari che da un giorno all’altro si ritrovano a diventare personaggi pubblici e scoprire che la vita idilliaca che viene mostrata dalle lenti di una videocamera nasconde in realtà molte bugie costruite ad hoc per il pubblico.
Il tutto viene narrato con un tono comico e tagliente, grazie anche all’abilità di Zack di avere sempre la risposta pronta per far fronte a ogni attacco alla sua immagine (perché sì, in questo romanzo, lo zombie parla, e non è nemmeno l’unico a saperlo fare…). Ma attenzione, non commettete l’errore di credere che Non è una storia di Zombie sia una parodia demenziale. Malgrado Stefania sia più che generosa nel fornirci situazioni in cui si ride di gusto, la sua è anche una critica feroce al mondo dello spettacolo, e vi assicuro che in diverse scene non potrete fare a meno di provare pena per Zack.
Va anche detto che questo protagonista è caratterizzato da un forte narcisismo, e questo tratto potrebbe risultare indigesto ad alcuni lettori. Personalmente, avrei consigliato all’autrice di ridurre di un paio di tacche alcune delle situazioni in cui ci sorbiamo le lamentele di Zack, ma considerato quanto i narcisisti possano diventare stucchevoli, in ultima analisi ritengo che abbia fatto un lavoro di bilanciamento discreto.
L’unica cosa che mi sento davvero di criticare è la scelta del prologo. Un prologo che diventa comprensibile solo una volta giunti all’epilogo, ma che sul momento mi ha causato un immediato e sgradevole disinteresse per il libro, tanto da spingermi a buttarmi su altre letture prima di decidermi a ricominciare con questo. Non è il genere di inizio che invoglia la lettura, specie se si viene attratti dalla sinossi e dall’idea di fondo del romanzo. A voi che mi state leggendo, se decideste di procurarvi Non è Una Storia di Zombie dopo aver concluso la mia recensione, datemi retta e proseguite oltre quel prologo. Non ve ne pentirete.
In conclusione, abbiamo un’ottima idea di fondo (forse una delle poche ancora rimaste per cui ha senso sfruttare gli zombie), un protagonista a cui vi affezionerete subito (ma a cui tirereste anche dei meritati calci in culo) e una vicenda che sa far ridere e al contempo riflettere su una realtà tristemente poco nota della nostra epoca, il tutto presentato in uno stile immersivo e senza sbavature che vi catturerà dal primo capitolo fino all’ultima pagina (e ho evitato di scrivere “dall’inizio” perché quel prologo proprio no!)
LINK AL LIBRO: Non è Una Storia di Zombie
IDEE: L’idea di uno zombie come protagonista, e per giunta uno zombie calato nel mondo dello spettacolo è semplice ma fantastica. E anche se non l’ho scritto nella recensione, non stonerebbe in un film di Tim Burton.

STILE: Siamo dalle parti della Scrittura Immersiva, una Immersiva molto buona e senza sbavature particolari. Per giunta la Prima Persona è la scelta ideale per una storia come questa, che permette di apprezzare sia il modo in cui Zack si interfaccia con gli altri personaggi, sia come vede le cose dalla sua soggettiva, e per un protagonista che però è anche uno zombie, è un valore da non sottovalutare.

INTRECCIO: Benché la storia segua un andamento che può risultare prevedibile, ci sono una serie di colpi di scena e di depistaggi inseriti dall’autrice che aggiungono pepe alla lettura. E si nota anche il desiderio di voler decostruire alcuni cliché tipici del genere, facendo prendere alla storia delle direzioni che, per quanto logiche e sensate qui, nelle mani di un autore meno competente, sarebbero scadute nel pacchiano.

VOTO SOGGETTIVO: Credo abbiate capito che mi trovo in una fase di rigetto da zombie, ma Stefania mi ha fatto capire che queste creature hanno ancora qualcosa da raccontare. Il mio augurio è che gli autori che verranno dopo di lei imparino l’esempio e si sforzino di portare storie ben ragionate, che abbiano un forte messaggio e che sfruttino quei due o tre spunti che sono ancora rimasti nello scatolone delle idee.


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